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FAQ

Affrontare questioni legali può essere complesso e spesso sorgono dubbi.

Per questo abbiamo raccolto le domande più comuni che riceviamo, con risposte semplici e precise, suddivise tra diritto di famiglia, diritto del lavoro, materia bancaria e assicurativa, tutela dei consumatori, creator economy e influencer marketing.

domande frequenti

Ti aiutiamo a fare chiarezza

Diritto di Famiglia

Cos'è la responsabilità genitoriale e come viene esercitata dopo la separazione?
La responsabilità genitoriale è l’insieme dei doveri, obblighi e diritti che gravano sui genitori nei confronti dei figli, con l’obiettivo primario di tutelare l’interesse superiore del minore [Corte Cost., sentenza n. 71 del 24 aprile 2024]. Questo concetto ha sostituito la precedente “potestà genitoriale”, spostando il focus dall’interesse del genitore a quello del figlio [Corte Cost., sentenza n. 71 del 24 aprile 2024].
Secondo l’articolo 337-ter del Codice Civile, anche dopo la separazione, la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli, come quelle relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale, devono essere assunte di comune accordo, tenendo conto delle capacità, inclinazioni e aspirazioni dei figli stessi. In caso di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice.
Per le questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente, di solito in base ai rispettivi periodi di permanenza con il minore [Tribunale Ordinario Salerno, sez. 1, sentenza n. 3364/2015].
Il principio fondamentale è che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e di ricevere da entrambi cura, educazione, istruzione e assistenza morale [Corte Cost., sentenza n. 71 del 24 aprile 2024].
Qual è la differenza tra affidamento condiviso, affidamento esclusivo e affidamento "superesclusivo"?
L’affidamento condiviso è la regola generale nei procedimenti di separazione, divorzio o cessazione della convivenza. Il giudice valuta prioritariamente questa possibilità per garantire al minore il diritto a un rapporto continuativo con entrambi i genitori. In questo regime, entrambi i genitori esercitano la responsabilità genitoriale e partecipano alle decisioni più importanti per la vita del figlio.
 
L’affidamento esclusivo a un solo genitore è un’eccezione. Il giudice può disporlo solo con provvedimento motivato, qualora ritenga che l’affidamento all’altro genitore sia “contrario all’interesse del minore” (art. 337-quater c.c.). Anche in caso di affidamento esclusivo, le decisioni di maggiore interesse per i figli devono essere adottate da entrambi i genitori, e il genitore non affidatario ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione. L’inerzia del genitore non collocatario nel mantenere rapporti con il figlio può essere un fattore che porta all’affidamento esclusivo [Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020].
 
Esiste anche una forma più rara, definita dalla giurisprudenza come affidamento “superesclusivo” o “rafforzato”. In questo caso, del tutto eccezionale e motivato da una grave conflittualità o da altre circostanze pregiudizievoli, il giudice può attribuire al genitore affidatario il potere di assumere in autonomia anche le decisioni di maggiore interesse, lasciando all’altro genitore solo un potere di vigilanza e la facoltà di ricorrere al giudice se ritiene che siano state prese decisioni dannose per il minore [Tribunale Ordinario Firenze, sez. 1, sentenza n. 3166/2018].
Come viene determinato l'assegno di mantenimento per i figli?

L’obbligo di mantenimento dei figli grava su entrambi i genitori, anche se non sposati, in proporzione alle rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024]. In caso di separazione, il giudice stabilisce, ove necessario, un assegno periodico per realizzare il principio di proporzionalità.

La determinazione dell’assegno non è un mero calcolo matematico, ma una valutazione ponderata che tiene conto di diversi fattori, come indicato dall’art. 337-ter del Codice Civile [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024]:

  1. Le attuali esigenze del figlio: queste includono non solo le necessità alimentari, ma anche quelle abitative, scolastiche, sportive, sanitarie e sociali [Tribunale Ordinario Messina, sez. 1, sentenza n. 2414/2018]. Le esigenze aumentano con l’aumentare dell’età, un fatto considerato notorio dalla giurisprudenza [Tribunale Ordinario Castrovillari, sez. 1, sentenza n. 70/2022][Tribunale Ordinario Castrovillari, sez. 1, sentenza n. 1022/2022].
  2. Il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.
  3. I tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore.
  4. Le risorse economiche di entrambi i genitori: si considerano non solo i redditi attuali, ma anche le potenzialità reddituali e i patrimoni [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024][Tribunale Ordinario Messina, sez. 1, sentenza n. 2414/2018].
  5. La valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024].

L’assegno ha lo scopo di distribuire proporzionalmente tra i genitori le spese prevedibili per il figlio al momento della sua determinazione [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024].

Cosa sono le "spese straordinarie" e come vengono ripartite?
Il legislatore non fornisce una distinzione netta tra spese ordinarie e straordinarie [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024]. La giurisprudenza ha colmato questa lacuna, definendo le spese straordinarie come quelle che non sono comprese nell’assegno di mantenimento periodico. La Corte di Cassazione ha stabilito il seguente principio:
 
“In tema di mantenimento dei figli, costituiscono spese straordinarie, non comprese nell’ammontare dell’assegno ordinario previsto con erogazione a cadenza periodica, quelle che (ove non oggetto di espressa statuizione, convenzionale o giudiziale) non siano prevedibili e ponderabili al tempo della determinazione dell’assegno, in base a una valutazione effettuata in concreto e nell’attualità degli elementi indicati nell’art. 337—ter, comma c. c. e che dunque, ove in concreto sostenute da uno soltanto dei genitori, per la loro rilevante entità, se non intese come anticipazioni dell’obbligo di entrambi genitori, introdurrebbero l’effetto violativo del principio di proporzionalità della con al genitoriale, dovendo infatti attribuirsi il carattere della straordinarietà a quegli ingenti oneri sopravvenuti che, in quanto non espressamente contemplati, non erano attuali né ragionevolmente determina bili al tempo della quantificazione (giudiziale o convenzionale) dell’assegno” [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024].
 
In sintesi, sono straordinarie le spese imprevedibili e rilevanti che, se non ripartite, violerebbero il principio di proporzionalità [Cass. Civ., Sez. 1, N. 7169 del 18-03-2024]. Di norma, i provvedimenti del tribunale dispongono che tali spese siano ripartite al 50% tra i genitori, salvo accordi diversi [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021][Tribunale Ordinario Castrovillari, sez. 1, sentenza n. 70/2022][Tribunale Ordinario Castrovillari, sez. 1, sentenza n. 1022/2022][Tribunale Ordinario Novara, sez. 1, sentenza n. 735/2016][Tribunale Ordinario Salerno, sez. 1, sentenza n. 858/2018]. Molti tribunali adottano protocolli specifici per elencare e regolamentare le diverse tipologie di spese straordinarie (es. mediche, scolastiche, sportive), specificando quali richiedano il preventivo accordo e quali no [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021][Tribunale Ordinario Palermo, sez. 1, sentenza n. 3671/2023].
La nascita di un nuovo figlio da parte di un genitore separato incide sull'assegno di mantenimento per i figli precedenti?
La formazione di un nuovo nucleo familiare e la nascita di altri figli non comportano automaticamente una riduzione dell’assegno di mantenimento per i figli nati dalla precedente unione [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021]. Si tratta di una circostanza sopravvenuta che il giudice può valutare, in quanto comporta nuovi obblighi economici per il genitore [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021].
 
Tuttavia, la giurisprudenza di merito ha chiarito che la creazione di una nuova famiglia non può giustificare una riduzione tale da rendere il contributo “meramente simbolico” [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021]. Nella valutazione, il giudice deve bilanciare i nuovi oneri del genitore con le esigenze, spesso crescenti con l’età, dei figli del primo matrimonio [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021]. Un contributo minimo viene spesso considerato esigibile anche da un soggetto privo di occupazione [Tribunale Ordinario Ancona, sez. 1, sentenza n. 575/2021].
Il diritto di visita del genitore non collocatario è un obbligo che può essere imposto con la forza?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione, neppure in forma indiretta tramite misure come l’astreinte (art. 614-bis c.p.c.) [Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020][Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020].
 
La Corte ha affermato il seguente principio di diritto:
 
“Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non co/locatario non è suscettibile di coercizione neppure nella forma indiretta di cui all’art. 614-bis cod. proc. civ. trattandosi di una potere-funzione che, non sussumibile negli obblighi la cui violazione integra, ai sensi dell’art. 709-ter cod. proc. civ., una “grave inadempienza’~ è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all’interesse superiore del minore ad una crescita sana ed equilibrata” [Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020][Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020].
 
Questo non significa che il mancato esercizio del diritto di visita sia privo di conseguenze. Un comportamento di sostanziale disinteresse può portare a provvedimenti come la modifica delle condizioni di affidamento (fino all’affidamento esclusivo all’altro genitore), la limitazione o la decadenza dalla responsabilità genitoriale e, nei casi più gravi, integrare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020][Cass. Civ., Sez. 1, N. 6471 del 06-03-2020].
È possibile accordarsi per il trasferimento della proprietà di un immobile all'interno di un accordo di separazione o divorzio?
Sì. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno confermato la validità delle clausole contenute negli accordi di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta che prevedono trasferimenti di proprietà di beni immobili (o altri diritti reali) tra i coniugi, anche a favore dei figli per assicurarne il mantenimento [Cass. Civ., Sez. U, N. 21761 del 29-07-2021].
 
L’accordo, una volta inserito nel verbale d’udienza e omologato dal tribunale (nella separazione) o recepito nella sentenza di divorzio, assume la forma di atto pubblico e costituisce titolo idoneo per la trascrizione nei registri immobiliari [Cass. Civ., Sez. U, N. 21761 del 29-07-2021]. Per la validità del trasferimento, è necessario che le parti producano gli atti e rendano le dichiarazioni relative alla conformità catastale, come previsto dalla legge (art. 29, comma 1-bis, L. n. 52/1985) [Cass. Civ., Sez. U, N. 21761 del 29-07-2021].
In un caso con elementi internazionali (es. genitori residenti in Stati UE diversi), quale giudice è competente per le decisioni sul mantenimento dei figli?
La competenza è disciplinata dal Regolamento (CE) n. 4/2009. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha fornito un’interpretazione chiara per i casi in cui un giudice di uno Stato membro è investito di un’azione di separazione/divorzio e un giudice di un altro Stato membro è investito di un’azione sulla responsabilità genitoriale [Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 16 luglio 2015.].
 
In questa situazione, la domanda relativa all’obbligazione alimentare per il figlio minore è considerata unicamente accessoria all’azione relativa alla responsabilità genitoriale[Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 16 luglio 2015.]. Questo significa che il giudice competente a decidere sulla responsabilità genitoriale (affidamento, diritto di visita) è anche competente per il mantenimento [Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 16 luglio 2015.].
 
Questa interpretazione si fonda sull’interesse superiore del minore, sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea [Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 16 luglio 2015.]. Il giudice che si occupa della responsabilità genitoriale è ritenuto nella posizione migliore per valutare le necessità del minore e fissare un contributo adeguato, tenendo conto di tutti gli elementi del caso (tipo di affidamento, tempi di permanenza, ecc.) [Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 16 luglio 2015.][Conclusioni dell’avvocato generale Y. Bot, presentate il 16 aprile 2015.].

Diritto del Lavoro

Come si distingue un rapporto di lavoro subordinato da uno autonomo?

La distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo si basa non sulla qualificazione formale data dalle parti al contratto (nomen iuris), ma sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019]. La volontà espressa nel contratto non è un fattore decisivo, in quanto potrebbe derivare da un errore o dalla volontà di eludere norme di legge [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019]. La giurisprudenza ha individuato una serie di “indici” o criteri sussidiari per accertare la natura subordinata di un rapporto.

I principali indici di subordinazione includono:

  1. Oggetto della prestazione: Nel lavoro subordinato, l’oggetto della prestazione sono le energie lavorative del prestatore (operae) messe a disposizione del datore di lavoro, e non il compimento di un’opera o di un servizio specifico (opus) [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  2. Esecuzione personale della prestazione: Il lavoratore subordinato è tenuto a eseguire personalmente la prestazione, e la possibilità di farsi sostituire è ammessa solo in via eccezionale e con il consenso del datore di lavoro [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  3. Proprietà degli strumenti di lavoro: Generalmente, nel rapporto di lavoro subordinato, gli strumenti di lavoro sono di proprietà del datore di lavoro [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  4. Assenza di rischio economico: Il lavoratore subordinato non sopporta il rischio economico legato all’attività aziendale, che grava interamente sul datore di lavoro. L’assenza di rischio a carico del lavoratore è un elemento chiave per escludere l’autonomia [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  5. Modalità della retribuzione: Un criterio complementare è la forma della retribuzione. Il versamento di una retribuzione fissa a scadenze periodiche, slegata dal raggiungimento di un risultato specifico, è tipico del lavoro subordinato [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  6. Orario di lavoro: L’obbligo di osservare un orario di lavoro predeterminato dal datore di lavoro, specialmente per prestazioni semplici e ripetitive, è un forte indicatore di subordinazione [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  7. Continuità temporale: La prestazione, anche se saltuaria, può essere considerata subordinata se il lavoratore, quando svolge l’attività, è comunque assoggettato alle direttive del datore di lavoro [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  8. Obbligo di giustificare le assenze: Sebbene l’assenza di tale obbligo non escluda di per sé la subordinazione, la sua presenza è un chiaro indice [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  9. Diritto alle ferie: L’esistenza di un diritto alle ferie retribuite è una caratteristica propria del rapporto di lavoro subordinato [Tribunale Ordinario Alessandria, sez. 1, sentenza n. 159/2019].
  10. Inserimento nell’organizzazione aziendale: Un elemento qualificante è l’effettivo inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale, che va oltre un mero coordinamento della sua attività e si manifesta attraverso ordini specifici e reiterati [Tribunale Ordinario Frosinone, sez. LA, sentenza n. 1303/2016].
Cosa si intende per licenziamento disciplinare e quale procedura deve seguire il datore di lavoro?

Il licenziamento disciplinare è il recesso del datore di lavoro motivato da un comportamento colpevole del lavoratore che costituisce un inadempimento degli obblighi contrattuali [Tribunale Di Salerno, Sentenza n.1547 del 10 Luglio 2024]. La legge, in particolare l’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori, ha stabilito una procedura rigorosa a garanzia del diritto di difesa del lavoratore, che il datore di lavoro è tenuto a rispettare a pena di illegittimità del licenziamento [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024][Tribunale Di Salerno, Sentenza n.1547 del 10 Luglio 2024].

La procedura si articola nelle seguenti fasi fondamentali:

  1. Preventiva contestazione dell’addebito: Il datore di lavoro deve comunicare per iscritto al lavoratore i fatti specifici che gli vengono addebitati [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024]. La giurisprudenza ha chiarito che la contestazione deve essere:
    • Specifica: Deve descrivere in modo preciso e dettagliato i fatti materiali contestati, per permettere al lavoratore di difendersi adeguatamente [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024].
    • Tempestiva: Deve essere comunicata a breve distanza di tempo dal momento in cui il datore di lavoro ha avuto conoscenza del fatto.
    • Immutabile: I fatti posti a base del successivo licenziamento devono essere gli stessi della contestazione iniziale [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024].
  1. Termine a difesa: Una volta ricevuta la contestazione, il lavoratore ha un termine (di solito 5 giorni, salvo termini più ampi previsti dai CCNL) per presentare le proprie giustificazioni [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024]. La difesa può essere esercitata per iscritto o richiedendo un’audizione orale [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024].
  2. Adozione del provvedimento: Solo dopo aver ricevuto le giustificazioni del lavoratore, o una volta decorso il termine a difesa senza che il lavoratore se ne sia avvalso, il datore di lavoro può adottare la sanzione disciplinare, che può consistere nel licenziamento [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024].

La violazione di questa procedura comporta l’illegittimità del licenziamento. In particolare, la giurisprudenza ha affermato che:

“[…] il radicale difetto di contestazione dell’infrazione determina l’inesistenza dell’intero procedimento, e non solo l’inosservanza delle norme che lo disciplinano, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria, di cui al comma 4 dell’art. 18 della legge n. 300 del 1970, come modificato dalla legge. n. 92 del 2012 […]” [Cass. Civ., Sez. L, N. 28927 del 11-11-2024].

Ciò significa che un licenziamento disciplinare adottato senza alcuna preventiva contestazione dell’addebito è considerato radicalmente nullo, in quanto privo del suo presupposto logico e giuridico [Cass. Civ., Sez. L, N. 28927 del 11-11-2024]. L’illegittimità sussiste indipendentemente dalla fondatezza nel merito dell’addebito [Tribunale Di Salerno, Sentenza n.1547 del 10 Luglio 2024]. L’onere di provare la sussistenza del fatto contestato e la sua gravità tale da giustificare il licenziamento grava interamente sul datore di lavoro [Tribunale di Velletri, Sentenza n.564 del 27 marzo 2024].

Cosa costituisce una molestia sessuale sul luogo di lavoro e quali sono gli obblighi del datore di lavoro?

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro sono definite come “comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo” [Tribunale Di Rimini, Sentenza n.304 del 4 Novembre 2024][Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024]. Questa definizione, contenuta nell’art. 26 del D.Lgs. 198/2006 (Codice delle Pari Opportunità), chiarisce che l’elemento centrale è il carattere “indesiderato” della condotta e l’effetto che essa produce sulla vittima, a prescindere dall’intenzione del molestatore [Tribunale Di Rimini, Sentenza n.304 del 4 Novembre 2024][Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024].

Anche i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) possono contenere definizioni e procedure specifiche. Ad esempio, il CCNL Panificazione Industria le definisce come “ogni comportamento verbale o fisico di natura sessuale non gradito e offensivo per la vittima” [Tribunale Di Rimini, Sentenza n.304 del 4 Novembre 2024].

Il datore di lavoro ha un obbligo di tutela sancito dall’art. 2087 del Codice Civile, che gli impone di adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti [Tribunale Di Rimini, Sentenza n.304 del 4 Novembre 2024][Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024]. Questo obbligo si traduce in azioni concrete:

  • Prevenzione: Il datore di lavoro è tenuto a mettere in atto misure per prevenire il verificarsi di molestie e a promuovere una cultura del rispetto della persona [Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024].
  • Intervento: Qualora si verifichi un episodio di molestia, il datore di lavoro ha l’obbligo di intervenire per far cessare la condotta lesiva e tutelare la vittima [Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024].
  • Sanzione: L’obbligo di tutela include il potere e il dovere di sanzionare il responsabile delle molestie. La giurisprudenza ha costantemente affermato la legittimità del licenziamento disciplinare irrogato al dipendente autore di molestie sessuali, in quanto tale condotta lede gravemente la dignità della vittima e viola gli obblighi di legge e contrattuali [Tribunale Di Rimini, Sentenza n.304 del 4 Novembre 2024][Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024].

La Corte di Cassazione ha precisato che:

“[…] le molestie sessuali sul luogo di lavoro, incidendo sulla salute e la serenità (anche professionale) del lavoratore, comportano l’obbligo di tutela a carico del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 cod. civ., sicchè deve ritenersi legittimo il licenziamento irrogato a dipendente che abbia molestato sessualmente una collega sul luogo di lavoro, a nulla rilevando la mancata previsione della suddetta ipotesi nel codice disciplinare […]” [Tribunale Di Rieti, Sentenza n.160 del 17 Ottobre 2024].

L’obbligo di protezione del datore di lavoro non è una scelta discrezionale, ma un dovere giuridico la cui violazione può comportare una sua responsabilità.

Quali sono le regole principali per i contratti a tempo determinato? I lavoratori a termine possono essere trattati diversamente da quelli a tempo indeterminato?

La disciplina dei contratti a tempo determinato è informata al principio di non discriminazione, di derivazione europea, e a precise regole su durata e causali.

Principio di Non Discriminazione La clausola 4 dell’Accordo Quadro europeo sul lavoro a tempo determinato stabilisce un principio fondamentale:

“Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive” [Corte Di Appello Di Palermo, Sentenza n.685 del 16 Ottobre 2024].

Questo divieto di disparità di trattamento si applica a tutte le “condizioni di impiego”, che includono anche le maggiorazioni retributive legate all’anzianità di servizio [Corte Di Appello Di Palermo, Sentenza n.685 del 16 Ottobre 2024]. Di conseguenza, in caso di assunzione a tempo indeterminato, il datore di lavoro è tenuto a riconoscere, ai fini del calcolo dell’anzianità di servizio, anche i periodi di lavoro precedentemente svolti con contratti a termine [Cass. Civ., Sez. L, N. 9898 del 13-04-2023]. La sola diversità nelle modalità di assunzione (es. concorso pubblico per il tempo indeterminato) non costituisce di per sé una “ragione oggettiva” per giustificare un trattamento differenziato [Cass. Civ., Sez. L, N. 9898 del 13-04-2023].

Durata e Causali La normativa nazionale, modificata dal D.L. n. 87/2018 (c.d. “Decreto Dignità”), ha posto limiti precisi:

  • Durata Massima: La durata complessiva dei rapporti di lavoro a tempo determinato tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore non può superare i 24 mesi. Questo limite include sia le proroghe che i rinnovi di contratto, anche se interrotti [Circolare n. 17 del 31 ottobre 2018].
  • Contratto “Acausale”: Le parti possono stipulare un primo contratto a termine senza indicare una specifica causale, a condizione che la sua durata non sia superiore a 12 mesi [Circolare n. 17 del 31 ottobre 2018].
  • Obbligo di Causale: Per contratti di durata superiore a 12 mesi, o in caso di rinnovo di un precedente contratto, è necessario che sussista una delle seguenti condizioni giustificative:
    1. Esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività aziendale.
    2. Esigenze di sostituzione di altri lavoratori.
    3. Esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria [Circolare n. 17 del 31 ottobre 2018].

La violazione di queste norme imperative, come il superamento della durata massima o l’assenza di una valida causale quando richiesta, può comportare la conversione del rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato o il diritto del lavoratore a un risarcimento del danno [Cass. Civ., Sez. L, N. 17815 del 27-06-2024].

Materia Bancaria e Assicurativa

Qual è il livello di diligenza richiesto a una banca nell'esercizio della sua attività?
Alla banca, nell’esercizio della sua attività professionale, è richiesto un grado di diligenza superiore a quello del “buon padre di famiglia” previsto per i rapporti obbligatori comuni. Tale diligenza qualificata, definita come la diligenza del bonus argentarius (o “accorto banchiere”), trova il suo fondamento normativo nell’articolo 1176, secondo comma, del codice civile, che impone, nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, una diligenza da valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata [Cass. Civ., Sez. 3, N. 12050 del 03-05-2024].
 
Questo standard più elevato implica un maggior grado di attenzione, prudenza e l’adozione di ogni cautela necessaria per prevenire eventi pregiudizievoli prevedibili [Cass. Civ., Sez. 3, N. 12050 del 03-05-2024]. La giurisprudenza ha specificato che tale diligenza non si applica solo ai contratti bancari in senso stretto, ma a ogni atto o operazione che la banca pone in essere nell’esercizio della sua attività [Cass. Civ., Sez. 3, N. 12050 del 03-05-2024].
 
Un esempio pratico riguarda la responsabilità della banca in caso di pagamento di un ordine di bonifico con dati alterati. La Corte di Cassazione ha stabilito che la banca è tenuta a un attento esame del documento per rilevare alterazioni percepibili ictu oculi (a prima vista). In un caso specifico, la Corte ha ritenuto che la presenza di “sbianchettature” sul nome del destinatario per ben 12 volte costituisse un’operazione materiale immediatamente percepibile, la cui mancata rilevazione integra una violazione della diligenza del bonus argentarius[Cass. Civ., Sez. 3, N. 12050 del 03-05-2024]. Pertanto, la banca non può limitarsi a un controllo meramente formale, ma deve esercitare una vigilanza critica e approfondita, utilizzando le comuni cognizioni tecniche e gli strumenti di agevole utilizzo disponibili sul mercato per individuare possibili falsificazioni o irregolarità [Cass. Civ., Sez. 3, N. 12050 del 03-05-2024].
In cosa consiste la "concessione abusiva di credito" e quali sono le responsabilità della banca?

La concessione abusiva di credito si configura quando un istituto finanziatore eroga, con dolo o colpa, credito a un’impresa che si trova in una situazione di difficoltà economico-finanziaria palese e in assenza di concrete prospettive di superamento della crisi [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021]. Tale condotta costituisce un illecito da parte del finanziatore, in quanto viola i doveri primari di una gestione prudente [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021].

La responsabilità della banca sorge qualora da tale finanziamento derivi un aggravamento del dissesto dell’impresa, favorito dalla continuazione dell’attività aziendale resa possibile proprio dal credito concesso [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021]. In questo scenario, la banca è obbligata a risarcire il danno causato.

Principi chiave:

  • Non è abusiva la concessione di credito se la banca, operando al di fuori di procedure formali di risoluzione della crisi, ha assunto un rischio non irragionevole con l’intento di promuovere il risanamento aziendale. Ciò è valido se, sulla base di una valutazione ex ante fondata su dati e documenti, l’impresa appariva suscettibile di superare la crisi o di permanere proficuamente sul mercato [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021].
  • Legittimazione del curatore fallimentare: Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per il risarcimento del danno. L’azione può mirare a ristorare sia il danno diretto al patrimonio dell’impresa fallita, sia il pregiudizio arrecato all’intero ceto creditorio a causa della lesione della garanzia patrimoniale generica (art. 2740 c.c.) [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021].
  • Responsabilità solidale: La responsabilità della banca può sussistere in concorso con quella degli organi sociali (amministratori) della società fallita, ai sensi dell’art. 2055 c.c. (solidarietà passiva), qualora le loro condotte abbiano concorso a causare il medesimo danno. Tuttavia, non è necessario che le azioni di responsabilità verso la banca e verso gli amministratori siano esercitate congiuntamente, trattandosi di un’ipotesi di litisconsorzio facoltativo [Cass. Civ., Sez. 1, N. 18610 del 30-06-2021].
Ho diritto a ricevere copia della documentazione bancaria, come gli estratti conto, anche dopo molti anni?

Sì, il cliente ha diritto a ottenere copia della documentazione bancaria, ma entro un limite temporale preciso. L’articolo 119, comma 4, del Testo Unico Bancario (D.Lgs. n. 385/1993) sancisce il diritto del cliente (o di chi gli succede a qualunque titolo) di ottenere, a proprie spese, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, inclusi gli estratti conto [Cass. Civ., Sez. 1, N. 24641 del 13-09-2021][Cass. Civ., Sez. 1, N. 35039 del 29-11-2022].

La giurisprudenza ha delineato con chiarezza la natura e i limiti di questo diritto:

  • Natura sostanziale: Si tratta di un diritto di natura sostanziale e non meramente processuale, che nasce dall’obbligo di buona fede e correttezza che governa il rapporto contrattuale [Cass. Civ., Sez. 6, N. 3875 del 08-02-2019][Cass. Civ., Sez. 1, N. 35039 del 29-11-2022]. Non è quindi una semplice facoltà legata al processo.
  • Limite decennale: L’obbligo della banca di conservare e fornire la documentazione è limitato al decennio precedente la richiesta. Questo termine corrisponde al principio generale di conservazione delle scritture contabili previsto dall’art. 2220 c.c. [Cass. Civ., Sez. 1, N. 35039 del 29-11-2022]. Per i periodi anteriori, l’onere di conservazione della documentazione ricade sul cliente secondo le regole generali sull’onere della prova [Cass. Civ., Sez. 1, N. 35039 del 29-11-2022].
  • Esercizio in sede giudiziale: Il diritto può essere esercitato anche in corso di causa tramite un’istanza di esibizione documentale ai sensi dell’art. 210 c.p.c. La giurisprudenza ha specificato che, per evitare un uso meramente “esplorativo” di tale strumento, è necessario che il cliente abbia precedentemente richiesto la documentazione alla banca e che questa non vi abbia ottemperato senza giustificazione [Cass. Civ., Sez. 1, N. 24641 del 13-09-2021]. La sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale è sufficiente per fondare la richiesta [Cass. Civ., Sez. 6, N. 3875 del 08-02-2019].
  • Esclusione dalla CTU: La documentazione bancaria, essendo posta a fondamento della domanda del cliente, deve essere prodotta dalla parte o richiesta tramite ordine di esibizione. Non può essere acquisita tramite una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) contabile, la quale altrimenti assumerebbe una funzione “esplorativa” non consentita [Cass. Civ., Sez. 1, N. 24641 del 13-09-2021].
In caso di estinzione anticipata di un finanziamento, ho diritto al rimborso dei costi sostenuti, inclusi i premi assicurativi?

Sì, in caso di estinzione anticipata di un contratto di finanziamento, il consumatore ha diritto a una riduzione del costo totale del credito, che include tutti i costi posti a suo carico, compresi quelli up-front (sostenuti inizialmente) e i premi assicurativi collegati al finanziamento [Tribunale Di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza n.3072 del 31 Luglio 2024][Tribunale di Napoli, Sentenza n.2523 del 4 marzo 2024].

Questo principio è stato affermato dalla giurisprudenza e trova fondamento nella normativa nazionale (art. 125-sexies T.U.B.) e comunitaria.

  • Nullità delle clausole contrarie: Qualsiasi clausola contrattuale che escluda il diritto del consumatore al rimborso di una parte dei costi in caso di estinzione anticipata è considerata nulla. Tale clausola, infatti, determina un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi a carico del consumatore, in violazione del Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) [Tribunale Di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza n.3072 del 31 Luglio 2024].
  • Rimborso dei premi assicurativi: Il diritto al rimborso si estende anche ai premi per polizze assicurative collegate al finanziamento. Il rapporto assicurativo è accessorio a quello di finanziamento, e con l’estinzione del debito principale, la causa del contratto di assicurazione viene meno per il periodo residuo [Tribunale Di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza n.3072 del 31 Luglio 2024][Tribunale di Napoli, Sentenza n.2523 del 4 marzo 2024].
  • Responsabilità della banca (legittimazione passiva): La banca o l’intermediario finanziatore è tenuto a rimborsare la quota parte dei costi non maturati, inclusi i premi assicurativi, anche se questi ultimi sono stati versati a una compagnia di assicurazioni terza. La giurisprudenza ha chiarito che la responsabilità del finanziatore concorre con quella dell’assicuratore [Tribunale Di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza n.3072 del 31 Luglio 2024][Tribunale di Napoli, Sentenza n.2523 del 4 marzo 2024]. Il finanziatore non può sottrarsi all’obbligo restitutorio eccependo la propria carenza di legittimazione passiva, in quanto ha imputato tali costi al costo complessivo del credito. Le questioni relative alla ripartizione interna di tali oneri dovranno essere risolte tra finanziatore e assicuratore, eventualmente tramite un’azione di regresso [Tribunale di Napoli, Sentenza n.2523 del 4 marzo 2024].
  • Criterio di calcolo: Il rimborso deve essere calcolato in modo proporzionale, tenendo conto del periodo di tempo residuo del finanziamento. Un criterio comunemente utilizzato è quello pro rata temporis, che suddivide il costo totale per il numero di rate originarie e lo moltiplica per il numero di rate residue al momento dell’estinzione [Tribunale di Napoli, Sentenza n.2523 del 4 marzo 2024].
Una banca può rifiutare un finanziamento o una rinegoziazione dopo aver condotto lunghe trattative e aver dato rassicurazioni positive?

Una banca gode di autonomia decisionale nella concessione del credito, ma tale discrezionalità non è assoluta. Essa deve essere esercitata nel rispetto dei doveri di buona fede e correttezza, specialmente durante la fase delle trattative (responsabilità precontrattuale, art. 1337 c.c.) [Decisione N. 579 del 20/01/2023][Decisione N. 9716 del 09/10/2023].

Se una banca, dopo aver condotto lunghe trattative e fornito riscontri positivi che hanno ingenerato nel cliente un “legittimo affidamento” sulla conclusione del contratto, recede dalle trattative senza un giustificato motivo, può essere chiamata a rispondere per responsabilità precontrattuale [Decisione N. 579 del 20/01/2023][Decisione N. 9716 del 09/10/2023].

La giurisprudenza dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) ha individuato alcuni elementi sintomatici di una violazione dei doveri di correttezza:

  • Lungo e ingiustificato protrarsi dell’istruttoria: Un ritardo eccessivo e non motivato nella valutazione di una richiesta di finanziamento o rinegoziazione può costituire una violazione dei doveri di diligenza [Decisione N. 9716 del 09/10/2023].
  • Lesione del legittimo affidamento: Comunicazioni positive e rassicuranti da parte della banca (“l’operazione è stata deliberata”) che vengono poi smentite da un diniego tardivo e contraddittorio possono fondare la responsabilità dell’intermediario [Decisione N. 9716 del 09/10/2023].
  • Mancanza di trasparenza: La banca è tenuta a fornire riscontri solleciti e motivati, anche in caso di diniego, per permettere al cliente di orientare le proprie scelte future [Decisione N. 579 del 20/01/2023].
  • Dispendio di tempo e risorse: Indurre il cliente a un dispendio di tempo e risorse palesemente inutile, a fronte di incertezze interne non comunicate, viola il dovere di buona fede [Decisione N. 579 del 20/01/2023].

In questi casi, il cliente può avere diritto a un risarcimento del danno. Poiché può essere difficile provare l’esatto ammontare del pregiudizio subito (es. perdita di altre opportunità), il danno viene spesso liquidato in via equitativa, tenendo conto di fattori come la durata delle trattative e il comportamento delle parti [Decisione N. 579 del 20/01/2023][Decisione N. 9716 del 09/10/2023].

tutela dei consumatori

Quali sono i principali obblighi informativi del venditore nei contratti a distanza?

Prima che il consumatore sia vincolato da un contratto a distanza, il professionista ha l’obbligo di fornirgli una serie di informazioni chiare e comprensibili. Questi obblighi sono fondamentali per consentire al consumatore di effettuare una scelta consapevole e di conoscere i propri diritti [Provvedimento n.  28481  del 01/12/2020][Provvedimento n.  25911  del 09/03/2016].

L’articolo 49 del Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) elenca in modo dettagliato le informazioni che devono essere fornite [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. Tra le più rilevanti si includono:

  • Identità e reperibilità del professionista: L’identità del venditore, il suo indirizzo geografico, il numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica devono essere chiaramente indicati per permettere al consumatore di contattarlo rapidamente [Provvedimento n.  28481  del 01/12/2020]. La mancata indicazione di questi dati è stata sanzionata come pratica scorretta [Provvedimento n.  25743  del 18/11/2015].
  • Caratteristiche principali dei beni o servizi: Una descrizione completa del prodotto o servizio offerto [Provvedimento n.  25911  del 09/03/2016].
  • Prezzo totale: Il prezzo totale dei beni o servizi, comprensivo di imposte. Se il prezzo non può essere calcolato in anticipo, devono essere indicate le modalità di calcolo [Comunicazione della Commissione — Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno (Testo rilevante ai fini del SEE)].
  • Modalità di pagamento, consegna ed esecuzione: Le opzioni di pagamento, i tempi e le modalità di consegna del bene o di prestazione del servizio [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].
  • Diritto di recesso: Informazioni complete sulle condizioni, i termini e le procedure per esercitare il diritto di recesso, incluso il modulo tipo di recesso previsto dalla legge [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Comunicazione della Commissione — Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno (Testo rilevante ai fini del SEE)]. Se il diritto di recesso non è previsto, il consumatore deve esserne informato [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].
  • Costi di restituzione: L’informazione che il consumatore dovrà sostenere il costo della restituzione dei beni in caso di recesso, se applicabile [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].
  • Garanzia legale di conformità: Un promemoria sull’esistenza della garanzia legale di conformità per i beni, il contenuto digitale e i servizi digitali [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Provvedimento n.  28481  del 01/12/2020].
  • Durata del contratto e recesso: Per i contratti a tempo indeterminato o con rinnovo automatico, le condizioni per recedere dal contratto [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].

Queste informazioni costituiscono parte integrante e sostanziale del contratto e non possono essere modificate senza un accordo esplicito tra le parti [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. La loro omissione o la loro presentazione in modo poco chiaro può integrare una pratica commerciale scorretta, in quanto idonea a falsare il comportamento economico del consumatore [Provvedimento n.  28481  del 01/12/2020][Provvedimento n.  25911  del 09/03/2016].

In cosa consiste il diritto di recesso e come si esercita?
Il diritto di recesso (o “diritto di ripensamento”) è il diritto riconosciuto al consumatore di sciogliere il vincolo contrattuale derivante da un contratto a distanza o negoziato fuori dai locali commerciali, senza dover fornire alcuna motivazione e senza incorrere in costi diversi da quelli previsti dalla legge [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011].
 
Obblighi informativi del professionista Il professionista è tenuto a informare il consumatore in modo chiaro e completo sull’esistenza di tale diritto, specificando le condizioni, i termini e le procedure per esercitarlo, e fornendo il modulo standard per facilitarne l’esercizio [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Comunicazione della Commissione — Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno (Testo rilevante ai fini del SEE)]. Tale informativa deve essere fornita prima della conclusione del contratto [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. In alcuni tipi di contratto, come quelli di multiproprietà, le clausole relative al diritto di recesso devono essere sottoscritte separatamente dal consumatore [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].
 
Termini e modalità di esercizio Generalmente, il consumatore può esercitare il diritto di recesso entro un termine di quattordici giorni (le fonti fornite menzionano un termine di dieci giorni lavorativi, ma la normativa è stata successivamente aggiornata dal D.Lgs. 21/2014, non presente tra le fonti) [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011]. Il termine decorre, per i contratti di vendita, dal giorno in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico dei beni [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011].
 
Conseguenze dell’esercizio del recesso L’esercizio del diritto di recesso pone fine agli obblighi delle parti. Il consumatore è tenuto a restituire i beni al professionista, sostenendo solo il costo diretto della restituzione, a condizione che ciò sia stato previsto contrattualmente [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011].
 
[..] le sole spese dovute dal consumatore per l’esercizio del diritto sono quelle dirette di restituzione del bene al mittente – ove espressamente previsto dal contratto [..] [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011]
 
Una condizione essenziale per l’esercizio del diritto è la “sostanziale integrità del bene da restituire” [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011]. Tuttavia, è sufficiente che il bene sia restituito in un “normale stato di conservazione”, in quanto custodito ed eventualmente adoperato con la normale diligenza [Provvedimento n.  22809  del 22/09/2011].
 
Tutela contro gli ostacoli L’imposizione di ostacoli non contrattuali, onerosi o sproporzionati all’esercizio del diritto di recesso costituisce una pratica commerciale aggressiva e scorretta [Provvedimento n.  26321  del 21/12/2016]. Comportamenti dilatori, omissivi o la richiesta di pagamenti non dovuti sono idonei a generare un indebito condizionamento nel consumatore, limitando la sua libertà di scelta [Provvedimento n.  26321  del 21/12/2016].
Cos'è la garanzia legale di conformità e quali rimedi offre?

La garanzia legale di conformità è una tutela prevista dal Codice del Consumo a favore del consumatore per i casi in cui il bene acquistato presenti un “difetto di conformità” [Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011]. Il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita ed è responsabile per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna che si manifesti entro due anni da tale momento [Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011].

Nozione di difetto di conformità Un bene è conforme al contratto se possiede le seguenti caratteristiche [Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011]:

  • È idoneo all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo.
  • È conforme alla descrizione fatta dal venditore e possiede le qualità presentate come campione o modello.
  • Presenta la qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi.
  • È idoneo all’uso particolare voluto dal consumatore, se portato a conoscenza del venditore al momento della conclusione del contratto e da questi accettato.

Il venditore è tenuto a fornire un promemoria sull’esistenza della garanzia legale prima della conclusione del contratto [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Provvedimento n.  28481  del 01/12/2020].

Rimedi a disposizione del consumatore In caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto a una serie di rimedi, organizzati secondo un ordine gerarchico [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011].

  1. Rimedi primari: In primo luogo, il consumatore può scegliere tra la riparazione e la sostituzione del bene, senza spese in entrambi i casi [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011]. La scelta spetta al consumatore, a meno che il rimedio richiesto sia impossibile o imponga al venditore costi sproporzionati rispetto all’altro [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. Il venditore deve eseguire il rimedio entro un congruo termine e senza notevoli inconvenienti per il consumatore [Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011].
  2. Rimedi secondari: Il consumatore può richiedere una riduzione adeguata del prezzo o la risoluzione del contratto solo se si verifica una delle seguenti situazioni [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206][Provvedimento n.  23155  del 21/12/2011]:
    • La riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose.
    • Il venditore non ha provveduto a riparare o sostituire il bene entro un termine congruo.
    • La sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore.
    • Si manifesta un difetto di conformità nonostante il tentativo del venditore di ripristinare la conformità.
    • Il difetto è talmente grave da giustificare l’immediata riduzione del prezzo o la risoluzione.
    • Il venditore ha dichiarato che non ripristinerà la conformità entro un periodo ragionevole.

Il consumatore non ha diritto di risolvere il contratto se il difetto di conformità è di lieve entità; l’onere di provare la lieve entità del difetto è a carico del venditore [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206].

I diritti dei consumatori possono essere limitati o esclusi dal contratto?
No, i diritti attribuiti al consumatore dalle norme nazionali che recepiscono le direttive europee in materia di consumo sono considerati imperativi. Ciò significa che il consumatore non può rinunciarvi e qualsiasi clausola contrattuale che escluda o limiti tali diritti è da considerarsi nulla [Comunicazione della Commissione Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sui diritti dei consumatori (Testo rilevante ai fini del SEE) 2021/C 525/01].
 
La Comunicazione della Commissione Europea sugli orientamenti della direttiva sui diritti dei consumatori (2011/83/UE) è molto chiara su questo punto:
 
I diritti e gli obblighi previsti dalla direttiva sui diritti dei consumatori costituiscono «disposizioni imperative» in quanto l’articolo 25 stabilisce che i consumatori non possono rinunciare ai diritti conferiti loro dalle misure nazionali di recepimento della presente direttiva. [Comunicazione della Commissione Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sui diritti dei consumatori (Testo rilevante ai fini del SEE) 2021/C 525/01]
 
Questo principio di irrinunciabilità garantisce un livello elevato e uniforme di protezione per i consumatori in tutta l’Unione Europea. Anche nel caso in cui le parti scelgano di applicare la legge di un paese diverso da quello di residenza del consumatore, tale scelta non può privare il consumatore della protezione assicurata dalle disposizioni imperative del suo paese di residenza abituale [Comunicazione della Commissione Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sui diritti dei consumatori (Testo rilevante ai fini del SEE) 2021/C 525/01].
 
Di conseguenza, un professionista che si rivolge a consumatori in uno Stato membro dell’UE deve sempre rispettare gli obblighi derivanti dalla normativa consumeristica, come gli obblighi di informazione precontrattuale e il diritto di recesso, indipendentemente da quanto stabilito nel contratto [Comunicazione della Commissione Orientamenti sull’interpretazione e sull’applicazione della direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sui diritti dei consumatori (Testo rilevante ai fini del SEE) 2021/C 525/01].
 
Cosa può fare il consumatore se lo Stato non attua una direttiva a sua tutela?

Qualora uno Stato membro non recepisca una direttiva europea entro i termini prescritti, si pongono due questioni principali: l’efficacia diretta della direttiva e il diritto al risarcimento del danno.

Una direttiva, di per sé, non può creare direttamente obblighi a carico di un privato (ad esempio, un commerciante) e, di conseguenza, non può attribuire a un altro privato (il consumatore) un diritto che questi possa far valere direttamente nei confronti del primo [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ]. La Corte di Giustizia Europea ha stabilito che estendere l’efficacia diretta delle direttive ai rapporti tra privati significherebbe riconoscere alla Comunità un potere normativo con effetti immediati a carico dei singoli, competenza che le spetta solo tramite i regolamenti [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ].

Ne consegue che, in assenza di provvedimenti di attuazione della direttiva entro i termini prescritti, i consumatori non possono fondare sulla direttiva stessa un diritto di recesso nei confronti dei commercianti con i quali hanno stipulato un contratto, né possono far valere tale diritto dinanzi a un giudice nazionale. [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ]

Tuttavia, il consumatore non è privo di tutele:

  1. Obbligo di interpretazione conforme: I giudici nazionali hanno l’obbligo di interpretare il diritto interno, sia precedente che successivo alla direttiva, “quanto più possibile alla luce della lettera e dello scopo della direttiva” per conseguire il risultato da essa voluto [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ]. Questo significa che il giudice deve cercare di applicare le leggi nazionali esistenti in modo da renderle compatibili con gli obiettivi della direttiva non attuata.
  2. Diritto al risarcimento del danno: Se l’interpretazione conforme non è sufficiente a garantire il risultato prescritto dalla direttiva, il diritto comunitario impone agli Stati membri di risarcire i danni causati ai singoli a causa della mancata attuazione. Questo diritto sorge se sono soddisfatte tre condizioni (principio stabilito nella sentenza Francovich) [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ]:
    • La direttiva deve avere lo scopo di attribuire diritti a favore dei singoli.
    • Il contenuto di tali diritti deve essere individuabile sulla base delle disposizioni della direttiva.
    • Deve esistere un nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo a carico dello Stato e il danno subito dal singolo.

Se queste condizioni sono presenti, spetta al giudice nazionale garantire il diritto dei consumatori lesi al risarcimento, applicando le norme nazionali in tema di responsabilità [Sentenza della Corte del 14 luglio 1994. ].

creator economy

Quando un creator firma un contratto, cede automaticamente tutti i diritti sulla sua opera?

No. Il contratto deve specificare in modo dettagliato quali diritti di utilizzazione economica vengono trasferiti (ad esempio, diritto di riproduzione, di comunicazione al pubblico, di distribuzione). L’articolo 119 della Legge sul Diritto d’Autore stabilisce che l’alienazione di un diritto non implica il trasferimento di altri diritti che non siano strettamente dipendenti da quello trasferito [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. Inoltre, salvo patto contrario, la cessione non si estende ai diritti di utilizzazione derivanti da future elaborazioni o trasformazioni dell’opera (come adattamenti cinematografici o merchandising) né a diritti che potrebbero essere attribuiti da leggi future [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. È quindi fondamentale che il contratto elenchi analiticamente i diritti oggetto di cessione o licenza.

Se il contratto non specifica nulla, la cessione dei diritti è da considerarsi in esclusiva?

Sì. In base all’articolo 119 della Legge sul Diritto d’Autore, “Salvo patto contrario, si presume che siano stati trasferiti i diritti esclusivi” [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. Questo significa che, in assenza di una clausola che specifichi il carattere non esclusivo della licenza, il creator trasferisce i diritti in via esclusiva al suo partner contrattuale, perdendo la facoltà di concedere gli stessi diritti ad altri soggetti. Per evitare ciò, il creator deve assicurarsi che il contratto contenga una pattuizione espressa di non esclusività.

Il creator ha diritto a sapere quanto guadagna il brand o la piattaforma dal suo contenuto?

Sì. L’articolo 110-quater della Legge sul Diritto d’Autore introduce un obbligo di trasparenza a carico di chi acquisisce i diritti del creator [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. Questo soggetto deve fornire, con cadenza almeno semestrale, informazioni “aggiornate, pertinenti e complete” sullo sfruttamento delle opere. La rendicontazione deve includere:

  • Le modalità di sfruttamento delle opere.
  • I ricavi generati, compresi quelli da pubblicità e merchandising.
  • La remunerazione dovuta al creator.
  • Per i servizi di media audiovisivi non lineari, il numero di acquisti, visualizzazioni e abbonati [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. La violazione di questo obbligo è sanzionata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633].
È legittimo un contratto che esclude il creator dalla ripartizione dei guadagni generati dalla sua opera?

No. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che il diritto a una “remunerazione equa e unica” deve essere necessariamente “suddivisa” tra il produttore del fonogramma e l’artista interprete o esecutore . Di conseguenza, una normativa o una pattuizione contrattuale che escluda l’artista (e per estensione il creator) dalla partecipazione ai proventi generati dalla sua prestazione è contraria al diritto dell’Unione, in quanto pregiudica l’obiettivo di garantire un reddito adeguato per il lavoro creativo .

La società con cui ho firmato il contratto può cederlo a un'altra società senza il mio consenso?
Dipende da quanto previsto nel contratto. È possibile inserire una clausola che autorizzi preventivamente la cessione del contratto e dei diritti da esso derivanti. Una sentenza del Tribunale di Milano ha ritenuto valida una clausola di questo tipo, che permetteva il trasferimento a terzi “dandone semplice comunicazione” all’autore, poiché l’autore stesso aveva preventivamente autorizzato tale possibilità al momento della stipula [Tribunale di Milano, Sentenza n.10914 del 18 dicembre 2024]. Il tribunale ha chiarito che la disciplina sulle clausole vessatorie (artt. 1341-1342 c.c.), che richiede una specifica approvazione per iscritto, non si applica ai contratti negoziati individualmente, ma solo a quelli predisposti unilateralmente da una parte (contratti per adesione o basati su moduli e formulari) [Tribunale di Milano, Sentenza n.10914 del 18 dicembre 2024].
Quali regole si applicano se un creator vende contenuti o servizi digitali direttamente ai suoi follower?
In questo caso, si instaura un rapporto tra “professionista” (il creator) e “consumatore” (il follower), disciplinato dal Codice del Consumo[DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. Le norme si applicano ai contratti di fornitura di “contenuto digitale” (dati prodotti e forniti in formato digitale, come un e-book) o di “servizio digitale” (un servizio che consente di creare, archiviare o condividere dati, come un abbonamento a una community esclusiva) [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. Questo comporta l’applicazione di tutele specifiche per il consumatore in materia di conformità del prodotto/servizio, rimedi in caso di difetti, e obblighi informativi a carico del professionista.
Se una piattaforma social sospende ingiustificatamente il profilo di un creator, quest'ultimo ha diritto a un risarcimento?
Sì, è possibile ottenere un risarcimento. La Corte d’Appello de L’Aquila ha riconosciuto che l’illegittima sospensione di un profilo utente può causare un danno non patrimoniale, sia come sofferenza interiore sia come “danno relazionale”, per l’impedimento a coltivare le relazioni interpersonali [Corte d’Appello L’Aquila, sez. 1, sentenza n. 1659/2021]. Il danno deve essere allegato e provato dal creator e deve avere caratteristiche di gravità e non futilità. La liquidazione del danno avviene in via equitativa, tenendo conto di elementi come la durata della sospensione e il pregiudizio concreto subito [Corte d’Appello L’Aquila, sez. 1, sentenza n. 1659/2021].
La piattaforma di condivisione è sempre responsabile per i contenuti che violano il diritto d'autore caricati dagli utenti?

Non necessariamente. L’articolo 102-septies della Legge sul Diritto d’Autore prevede che i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online (es. YouTube, TikTok) siano responsabili, ma possono essere esonerati se dimostrano di aver soddisfatto cumulativamente tre condizioni:

  1. Aver compiuto i “massimi sforzi” per ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti.
  2. Aver compiuto i “massimi sforzi” per rendere non disponibili opere specifiche per le quali hanno ricevuto le necessarie informazioni.
  3. Aver agito tempestivamente per rimuovere i contenuti segnalati e aver compiuto i “massimi sforzi” per impedirne il futuro caricamento [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633]. La valutazione viene fatta caso per caso, considerando il principio di proporzionalità [LEGGE 22 aprile 1941, n. 633].

influencer marketing

Chi è l'influencer e cos'è l'influencer marketing?

L’influencer è un soggetto che, grazie a un vasto seguito su piattaforme social, è in grado di influenzare le opinioni e le scelte d’acquisto del suo pubblico (“followers”) . L’influencer marketing è la strategia con cui le aziende utilizzano questi soggetti per promuovere prodotti o brand, associandoli alla loro notorietà per incrementare le vendite.

Il contratto con un influencer è un contratto di agenzia?
Generalmente no. A differenza dell’agente di commercio, l’influencer non ha un obbligo stabile di promuovere la conclusione di contratti e la sua attività si svolge prevalentemente online tramite la creazione di contenuti, senza un contatto diretto con il cliente finale . Tuttavia, la qualificazione dipende dalle clausole specifiche: se il contratto prevede che l’influencer debba “procurare direttamente ogni singolo ordine”, il rapporto si avvicina a quello di agenzia.
Quali sono gli elementi tipici di un contratto di influencer marketing?

Un contratto di influencer marketing solitamente include:

  • Oggetto: L’impegno a promuovere prodotti o brand sui canali social dell’influencer .
  • Corrispettivo: Può essere una provvigione sugli ordini generati (tracciati con codici sconto) o un compenso fisso per la pubblicazione di contenuti .
  • Autonomia: Viene specificato che l’influencer agisce in piena autonomia, senza obblighi di attività o risultati minimi .
  • Durata e Recesso: Spesso sono a tempo indeterminato, con facoltà di recesso per entrambe le parti con un preavviso.
L'attività dell'influencer rientra tra quelle dei "lavoratori dello spettacolo"?
La questione è dibattuta. Una sentenza ha evidenziato che l’influencer gode di maggiore autonomia rispetto a figure tradizionali come la modella, poiché spesso sceglie cosa indossare e produce autonomamente i contenuti fotografici e video . Tuttavia, la giurisprudenza ammette che una rappresentazione possa avere contemporaneamente finalità commerciali e di intrattenimento, restando qualificabile come “spettacolo”. La qualificazione dipende dalla connessione diretta dell’attività con la “produzione e realizzazione di spettacoli”.
Quali sono gli obblighi di trasparenza dell'influencer verso i consumatori?

L’influencer ha l’obbligo di rendere palese la natura promozionale dei suoi contenuti, in base al Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) . Omettere che un contenuto è sponsorizzato costituisce una pratica commerciale ingannevole [DECRETO LEGISLATIVO 6 settembre 2005, n. 206]. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha competenza esclusiva per sanzionare tali pratiche, potendo vietarne la continuazione e applicare sanzioni pecuniarie fino a 10.000.000 di euro . È inoltre vietata l’esortazione diretta ai bambini affinché acquistino i prodotti reclamizzati.

I costi per l'influencer marketing sono deducibili per l'azienda?

Sì, i costi per l’influencer marketing sono generalmente deducibili come spese di pubblicità. Il principio fiscale applicabile è quello dell’inerenza, secondo cui i costi devono essere riferibili all’attività d’impresa, anche solo in via potenziale o in proiezione futura . L’inerenza è un giudizio qualitativo sulla natura della spesa, non quantitativo sulla sua congruità, anche se un’evidente antieconomicità può essere un indice della sua mancanza.

Quali sono gli obblighi di buona fede nel contratto?

Le parti devono eseguire il contratto secondo buona fede, come previsto dall’art. 1375 del Codice Civile [REGIO DECRETO 16 marzo 1942, n. 262]. Questo principio impone obblighi di protezione e informazione che vanno oltre quanto esplicitamente pattuito, specialmente in rapporti basati sulla fiducia come la sponsorizzazione. La violazione di tali doveri può giustificare una richiesta di risarcimento danni.

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